Comunque uno dei tanti

Due sono le cose che ho apprezzato di Milano più di ogni altra nei dieci anni in cui ci ho vissuto: che non mi ha mai regalato nulla e che mi ha fatto sempre sentire uno dei tanti.

Certo, detta così sembrerebbe l’incipit ironico di qualche pallosa filippica contro la città e invece è esattamente come mi sono espresso.

Da quando ci ho messo piede la prima volta da solo nel settembre del 1990 con la mia faccia scura e semitica di diciannovenne impacciato a quando l’ho lasciata nel 2000 per andare a vestire i panni di dirigente pubblico a Viterbo il trattamento che ho ricevuto è rimasto invariato: prezzi precisi e rigorosi per frequentare una università prestigiosa, per affittare un posto letto e per fotocopiare i testi universitari ma cifre altrettanto rigorose per integrare i finanziamenti familiari con volantinaggio, arbitraggio e turni da cameriere. Mai uno sconto sul dovuto ma mai neanche un mancato pagamento su quanto mi spettasse da lavoratore. È stata la cosa che mi ha abituato a non aspettarmi sorprese gradevoli e a costruirmele con la volontà.

In quei dieci anni non ho mai neanche avuto glorificazioni e celebrazioni di sorta. Sono sempre stato “nessuno” e non lo dico con rammarico ma con grata nostalgia. Il funzionario in Bocconi addetto alle tasse universitarie me lo chiarì all’ennesimo appuntamento in cui reclamavo le quattro fasce di reddito in meno corrispondenti secondo me alle risicate finanze familiari: “Guaglio’, song terrone comm’a te. A Bucconi spenn cinque migliuoni di lire pe ogni studente e l’ha da recupera’. Se nu te sta bene ce ne stanno altri dieci ca pigliano o puosto tuoie”. Fu la molla decisiva per lasciare delusi quei dieci e portarmi a casa quella laurea alcuni anni dopo.

Ma l’anonimato aveva anche indelebili venature nostalgiche, non solo di riscatto sociale…Come posso spiegare la bellezza del rientro alle tre di mattina dal pub di Sesto San Giovanni dove lavoravo fino al pensionato universitario in centro in sella a una Graziella comprata in nero per 50.000 lire al mercatino di Sinigaglia? Ruote minuscole e trenta pedalate per fare trenta metri, impiegavo 45 minuti per tornare a casa ma nei vialoni deserti mi sentivo Re Nessuno padrone di Milano.

E vuoi mettere con quella volta in cui mi infilai di sera in metropolitana a Sesto dove veniva giù qualche timido fiocco per sbucare una mezz’ora dopo in superficie vicino Parco Solari e trovare la città ormai coperta di neve, avvolta dal silenzio ovattato dei fiocchi sporcato solo dal cigolio sferragliante del tram di legno che avevo perso e avere nelle cuffiette di spugna del mio walkman da nerd “Luci a San Siro” di Vecchioni?

La città dormiva perché l’indomani doveva produrre e non gliene fotteva di Re Nessuno che avanzava a piedi sotto la neve fitta verso l’alloggio distante due chilometri con gli “scarpini” di suola liscia.Sono stati alcuni degli episodi che mi hanno abituato a trovare sempre una via – come l’acqua – e a non prendermi mai troppo sul serio. Milano ha portato in alto i più disparati personaggi per sbarazzarsene con la stessa rapidità e indifferenza.

Ci sono tornato oggi nella mia Milano di cui mi sento da sempre professionalmente figlio. Siamo cambiati tantissimo io e lei, ma anche oggi non mi ha fatto sconti, mi sono sudato la mia terza maratona in assoluto e in sei mesi, scendendo per la prima volta sotto le quattro ore e – anche oggi – ero comunque uno dei tanti.

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