È la maratona più muscolare e capricciosa ma rimane il sogno di ogni runner.
Di silenzio effettivamente ce n’era molto poco ma compariva prezioso al momento giusto, era tutto interiore e non si faceva soverchiare dal frastuono dei 55.000 che correvano e dei 2 milioni che facevano il tifo ai bordi della strada.
Ho trovato inatteso il silenzio poco prima della partenza quando “sei attorniato da migliaia di podisti ma senti di essere solo come un cane” – come dice il mio coach Orlando Pizzolato – e mi è servito per passare in rassegna tutti i motivi per cui ero qui. L’ho invocato nei momenti più ubriachi di adrenalina per estraniarmi dal contesto e riportare il controllo sui pensieri. Me lo sono concesso anche all’arrivo per ringraziare quel corpo che 15 anni fa ho ritenuto ingiustamente che mi avesse tradito e che oggi – scatenato, gioioso e affamato – mi ha condotto in una delle più entusiasmanti giornate della mia vita.
“Everything’s fine?”, mi chiede dopo il traguardo un addetto che mi ha notato immobile, piegato sulla schiena e commosso. “It couldn’t go better, my friend”, gli rispondo.
Sofferenza è stata indubbiamente quella di un percorso tra i più duri visto che non ha mai ospitato più di 1.500 metri di discesa continua servendoti la salita quando meno te lo aspetti e finanche negli ultimi sudatissimi 200 metri, aggravando con un venticello contrario e freddo per tutti i primi 35 chilometri. Ma c’era soprattutto la sofferenza da riscattare di molte delle oltre 55.000 storie personali presenti oggi e descritta con i pennarelli di casa sul dorso delle maglie: il figlio scomparso precocemente, un amore perduto, la riscossa da una malattia, un voltare pagina.
Sorpresa ne ho avuta in abbondanza, dai panorami mozzafiato della città agli sconosciuti che urlano coinvolti il tuo nome, fino alla sensazione di aver attraversato il mondo intero in soli 42 chilometri, passando per cinque diversi distretti cittadini che ospitano le più disparate etnie e lingue del mondo e correndo gomito a gomito con colleghi da 160 paesi.
È stata sorpresa anche alla fine del Queensboro Bridge – dopo 25 chilometri – quando un rumore lontano simile allo scrosciare di una cascata si è trasformato nell’urlo esplosivo e assordante della folla sulla First Avenue, che non doveva essere molto diverso da quello che sentiva un gladiatore nella fossa del circo.
Ma le sorprese più belle sono state alla fine mia figlia e l’orologio.
A meno di un chilometro dal traguardo la più piccola di casa riesce a scorgermi tra migliaia di spettatori e decine di runner ed era la cosa più improbabile. “Ce la puoi fare, papà” mi aveva scritto giovedì e me lo sono ripetuto nei punti più critici.
E sul traguardo il mio sportwatch mi comunicava che avevo fatto quel record personale che non avevo affatto cercato. “A New York non si fa mai il personale, c’è troppa gente e il tracciato è troppo complicato; piuttosto goditela”, mi avevano detto tutti. E infatti me la sono goduta ma ho sottovalutato le mie fibre e il mio cuore che nel frattempo ritoccavano di un minuto il tempo segnato un anno fa sulla piatta Valencia.
E poi la semplicità. Ho soltanto corso sulle mie gambe e “la corsa è un gesto semplice” ha scritto recentemente il mio coach Orlando che in questa edizione della maratona festeggiava il 40mo anniversario della sua prima, storica e sorprendente vittoria a New York. E l’ironia dei numeri ha voluto che corressi la 53ma edizione a 53 anni compiuti da meno di un mese, con un pettorale che comincia con 21, l’anno della mia prima maratona, e finisce con 24, l’anno di questa ottava.
Lui però ha detto una disarmante verità: correre è semplice e liberatorio. Me ne sono ricordato ripensando a uno degli ultimi allenamenti a Chieti di alcune sere fa dove in piazza San Giustino una bimba “millericci” di tre anni mi ha tagliato la strada a tutta velocità e a tutta risata argentina inseguita da un coetaneo “millelentiggini”, entrambi incuranti di bici, turisti e runner. Erano l’immagine della libertà senza pensieri.
Se da adulti non sappiamo più farlo, accusando limiti fisici inesistenti o relativi, è perché ci siamo allontanati troppo da quella spensieratezza e naturalità e forse vale davvero la pena cercarsi un obiettivo ambizioso (maratona a qualunque passo o un’altra diavoleria) per tornare all’incosciente azzardo dei bambini e per capire di appartenere solo a noi stessi e a tutti indistintamente.
È stato tutto come in un film e vi regalo nei titoli di coda un “dietro le quinte” per sorridere. Ho preparato questo piccolo capolavoro privato in sei mesi e la scorsa estate – in allenamento bollente sul lungomare di San Girolamo a Bari – ho posato male il piede destro sul bordo di un marciapiede e sono andato giù.
Quando corri può capitare spesso di cadere e alla fine impari a farlo nella maniera meno dannosa: rotolando su te stesso per contenere l’urto e non romperti almeno le ossa.
Un indigeno del quartiere popolare, tutto tempestato di oro e pelo dal torace alle dita, assistendo alla scena, mi ha apostrofato così: “Mo! U standamèn! P-rò, ci culu rutt ca tiine” (trad. “Caspita, lo stunt-man! Però, che fortuna sfacciata che hai”)
“Perché?”, gli rispondo io con le ginocchia lacerate e sanguinanti tipo “San Rocco, levati! Tu e il cane”.
“Vedi?” risponde in italiano e con piglio professorale, “Sei caduto proprio vicino alla fontanina, dove ora puoi lavare il sangue e farti una bella bevuta che stai schiattando”.
“L’ottimismo è il profumo della vita” diceva Tonino Guerra 😃





1 commento
Aggiungi il tuo →Tanta roba. Aldilà del tempo (ottimo peraltro), quello che conta è la voglia e la volontà di preparare e fare una 42K. La gioia che si prova all’arrivo è qualcosa di inenarrabile, che ripaga ampiamente gli sforzi e gli impedimenti delle settimane (o mesi) precedenti occorsi per la preparazione. Quando passi sotto il gonfalone finale tutto passa in secondo piano, ti senti veramente felice e in assoluta pace con te stesso.